Tumore al seno, tabagismo e metodi per contrastare la dipendenza: intervista al Dott. Rinaldo Perri

Pubblicato da Antonio De Fano il

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Ad oggi, abbiamo raggiunto alti livelli di consapevolezza circa la relazione tra la nostra salute e lo stile di vita che conduciamo. Spot pubblicitari, film, documentari, telegiornali e perfino i social media ci bombardano di messaggi relativi all’importanza del condurre una vita sana e fisicamente attiva. Per esempio, sappiamo che passare tanto tempo seduti, davanti alla TV o dietro una scrivania, aumenta di molto la probabilità di sviluppare patologie croniche come malattie cardiovascolari, metaboliche e tumorali. Un comportamento che si gioca il primato con la sedentarietà nella lista dei principali fattori di rischio per la salute è il tabagismo. Come per la sedentarietà, anche il tabagismo contribuisce allo sviluppo di condizioni cliniche croniche come quelle precedentemente menzionate. Tuttavia, le malattie maggiormente associate alluso di tabacco sono i tumori. Una delle principali forme di tumore direttamente associate alla dipendenza da tabacco è il cancro ai polmoni. Mentre, la relazione con il tumore al seno è meno diretta e significativa. 

Per comprendere l’associazione tra tabagismo e cancro al seno, dobbiamo considerare almeno due aspetti. Il primo è relativo alle cellule che formano il tessuto mammario: queste sono in grado di assorbire e metabolizzare molti degli agenti cancerogeni del tabacco [1]. Tali agenti, una volta dentro la cellula, danneggiano il DNA. Ciò che la scienza ha constatato è l’assomiglianza tra le alterazioni genomiche delle cellule epiteliali mammarie esposte alle sostanze cancerogene del tabacco e le alterazioni osservate nel carcinoma mammario familiare [2]. Questi due fattori fanno pensare all’ipotesi secondo cui il tabagismo può contribuire allo sviluppo del cancro al seno. Il secondo importante aspetto da prendere in considerazione quando si parla di tabacco e tumore al seno riguarda gli estrogeni. Tutti sappiamo che gli estrogeni sono i principali ormoni sessuali nella donna. Gli estrogeni svolgono funzioni molto importanti per il corretto funzionamento dell’organismo, partendo dallo sviluppo dei caratteri sessuali secondari, come il seno. Tuttavia, gli estrogeni sono tra i principali fattori di rischio del cancro al seno, e il fumo di sigaretta è un noto anti-estrogeno. Dunque, sembrerebbe che, per certi aspetti, il tabacco può risultare addirittura benefico per il cancro al seno.

Ad oggi, non abbiamo ancora una risposta certa riguardo la relazione tra tabagismo e cancro al seno. Tuttavia, in attesa che la scienza ci fornisca una risposta, è importante considerare anche altri aspetti, tra cui gli effetti sistemici del tabagismo. Infatti, l’uso di tabacco ha effetti deleteri su vari sistemi, come quello nervoso, cardiocircolatorio e respiratorio. Il corretto funzionamento di questi sistemi è già messo a repentaglio dalla malattia tumorale e dalle terapie utilizzate per combatterla. Questo significa che, sebbene non sia stata ancora accertata la presenza e la natura della relazione tra il fumo delle sigarette e il cancro al seno, fumare aggrava sicuramente la condizione di salute del paziente oncologico. 

Quando parliamo di una malattia come il cancro al seno, non dobbiamo mai dimenticare l’impatto che questa e le terapie oncologiche hanno sulla condizione generale dell’individuo. L’organismo deve essere più forte che mai per fronteggiare queste avversità, soprattutto considerando che più forte è l’organismo più efficace sarà il trattamento terapeutico. Questo è il motivo per cui le donne con cancro al seno dovrebbero particolarmente focalizzarsi sull’adozione di stili di vita sani. Modificare in meglio il nostro stile di vita significa avere un potere nei confronti di sé stessi; significa avere voce in capitolo e non assistere come mero spettatore. Smettere di fumare rientra sicuramente tra i principali obiettivi a cui dovrebbe puntare il malato oncologico.

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Con l’obiettivo di capire quali sono le strategie che un paziente oncologico, ma in generale il fumatore, può mettere in atto per smettere di fumare, abbiamo intervistato il Dott. Rinaldo Perri, docente di neuropsicologia, ricercatore scientifico nel campo delle neuroscienze e psicologo psicoterapeuta. In particolare, il Dott. Perri è un ipnoterapista cognitivo-comportamentale esperto nella dipendenza da tabacco. La nostra prima domanda per entrare nel vivo del discorso è stata la seguente:

“Dott. Perri, quali sono i principali processi psicofisiologici alla base della dipenda da fumo?”

Risposta:

“Il tabagismo è una dipendenza multifattoriale, ossia coinvolge una molteplicità di fattori di diversa natura. Una prima classe di fattori coinvolti nel tabagismo ha sicuramente una natura farmacologica e, tra questi, il principale agente è costituito dalla nicotina. Esiste anche una classe di fattori di natura non farmacologica che include prevalentemente gli aspetti comportamentali e psicologici dell’individuo. La dipendenza comportamentale è caratterizzata da aspetti ritualistici associati alla somministrazione della nicotina, oltre che nell’associazione condizionata con ambienti, contesti e percezioni. Per esempio, un rituale ben noto ai fumatori è la sigaretta associata al caffè o a bevande alcoliche oppure associata ad azioni complementari come telefonare, leggere e passeggiare. La dipendenza psicologica riflette, invece, l’uso della sigaretta come strumento di regolazione delle emozioni e dell’attenzione: alcuni fumatori credono, infatti, che il fumo incrementi l’attenzione, riduca la noia e migliori l’umore. In realtà, tali credenze sono infondate. Infatti, ciò che accade con la sigaretta è un alleviamento delle sensazioni spiacevoli dovute all’astinenza dal fumo. Non fumare per un determinato periodo di tempo provoca effetti avversi a livello psichico e fisico: tali effetti vengono compensati fumando altre sigarette. È un circolo vizioso. 

Gli aspetti comportamentali e psicologici alla base del tabagismo hanno mostrato effetti simili a quelli della nicotina in relazione all’umore e al craving [1], definito come il desiderio improvviso di assumere tabacco, accompagnato da una ricerca compulsiva della sostanza. Non a caso, la letteratura scientifica dimostra che gran parte delle ricadute vengono innescate dai fattori comportamentali associati alla dipendenza, in periodi successivi alla risoluzione della dipendenza farmacologica. In questo contesto è importante notare che l’organismo impiega circa due settimane per espellere gran parte della nicotina, ma spesso i fumatori ricadono a distanza di più tempo, ovvero a causa dei fattori comportamentali e psicologici della dipendenza, che necessitano quindi un trattamento mirato.

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Effettivamente, spesso si sente parlare del ruolo della nicotina nella dipendenza da tabacco. A quanto pare, invece, la dipendenza da tabacco non ha solo una natura farmacologica, ma anche comportamentale e psicologica. Una volta compresa tale relazione, il bisogno di sapere quali sono le strategie più diffuse nel trattamento della dipendenza da tabacco aumenta. Per cui, andiamo dritti al sodo:

“Dott. Perri, quali sono le strategie evidence-based più diffuse nel trattamento della dipendenza da tabacco?”

La risposta:

“Attualmente disponiamo di un solido corpo di evidenze scientifiche in merito all’efficacia dei trattamenti antifumo. A tal riguardo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) riconoscono la terapia cognitivo-comportamentale come il metodo più efficace per smettere di fumare.[4] Al contrario, l’efficacia clinica delle terapie di sostituzione nicotinica (in inglese, nicotine replacement therapy – NRT), che si avvalgono di ausili farmacologici a base nicotinica, come ad esempio cerotti e spray nasali, risulta essere limitata. Infatti, essa si attesta al di sotto del 15%, secondo alcuni studi. Infine, vi sono altri interventi psicologici emergenti, tra cui l’ipnoterapia, rispetto alla quale non disponiamo ancora di linee guida di riferimento. Tuttavia, diverse ricerche cliniche dimostrano che l’ipnoterapia può costituire un efficace strumento di supporto al trattamento antifumo.” [5]

Dunque, lavorare sul comportamento e sui processi alla base del proprio funzionamento psico-emotivo sembra essere la strategia che fornisce maggiori sicurezze in termini di efficacia. Tuttavia, la maggior parte di noi avrà sentito parlare di un libro che fa smettere di fumare. Il libro parla di un metodo sviluppato da un saggista ed ex-fumatore, chiamato appunto “metodo di Allen Carr”, in grado di far smettere di fumare. Si tratta di uno dei metodi più in voga negli ultimi anni. Per cui, abbiamo chiesto al Dott. Perri cosa ne pensasse a riguardo. La sua risposta è stata la seguente: 

“La gran parte dei fumatori che si rivolge a me per smettere di fumare ha già letto quel libro. Considerati gli enormi successi che vantano gli autori del Metodo Carr, sembrerebbe quasi che io sia l’unico ad incontrare le persone che non hanno ottenuto i risultati desiderati. Scherzi a parte, ritengo che quel metodo abbia dei meriti, ma anche degli importanti limiti. Fra gli elementi positivi vi è certamente l’attenzione ai pensieri disfunzionali che mantengono la dipendenza dal fumo. Riconoscere pensieri disfunzionali come “fumare mi rilassa” o “fumare mi piace” è sicuramente importante al fine di un’auto-consapevolezza necessaria per smettere di fumare. Allo stesso tempo. Inoltre, il libro mantiene un approccio motivante orientato all’attesa impaziente del momento in cui si diventerà “facilmente” un non-fumatore.

Tuttavia, a mio parere, uno dei limiti principali consiste proprio nell’illudere il fumatore che smettere di fumare sarà facilissimo, come riportato anche nel titolo del libro stesso. Questo aspetto rischia inevitabilment, di generare angoscia e rassegnazione già alla prima difficoltà. Il metodo, infatti, non riconosce (anzi, omette) gli aspetti legati al craving che sicuramente emergeranno, seppur con diversi livelli di intensità, in gran parte dei fumatori cronici che iniziano ad astenersi. Infatti, il craving costituisce la principale causa di ricadute. Qualsiasi trattamento antifumo dovrebbe inevitabilmente fornire all’ex-fumatore le conoscenze e le strategie utili a fronteggiarlo. La motivazione è fondamentale, ma da sola potrebbe non bastare. Quantomeno non per tutti. Ritengo, inoltre, che il metodo di Carr sia destinato ad un target specifico di fumatori, costituito prevalentemente da persone ben istruite e dotate di ottime abilità meta-cognitive: non è da tutti comprare un libro, studiarlo assiduamente e riflettere sui propri schemi mentali a tal punto da correggere i pensieri più disfunzionali. In altre parole, aldilà dell’aspetto motivazionale e autoriflessivo, molto viene delegato al singolo fumatore, che non riceverà un percorso individualizzato, non apprenderà alcuna strategia di gestione del craving e non comprenderà tutti gli automatismi alla base del proprio comportamento da fumatore. Come risultato, avremo un individuo maggiormente esposto al rischio di ricadute.”

Da quanto affermato fin ora dal Dott. Perri, il metodo di Allen Carr potrebbe avere dei benefici, ma sicuramente non è una soluzione sostenibile ed efficace. Del resto, nessuno studio scientifico ne ha mai dimostrato l’utilità terapeutica. La terapia comportamentale e psicologica rimane la più efficace. A questo punto, non resta che chiedere al Dott. Perri:

“Quale categoria di professionisti o centri specializzati ci si potrebbe rivolgere se si volesse smettere di fumare?”

La risposta:

“Basta fare una rapida ricerca in rete per notare come siano davvero molti, e forse troppi, i trattamenti proposti per smettere di fumare. Come regola generale nel trattamento di condizioni cliniche, è importante che il paziente si rivolga unicamente a professionisti sanitari, soprattutto a coloro che adottano metodologie evidence-based, ossia basate sulle evidenze scientifiche. Nel caso specifico del tabagismo, le maggiori organizzazioni sanitarie mondiali indicano il trattamento cognitivo-comportamentale come il metodo più efficace per smettere di fumare a lungo termine. Di conseguenza, è preferibile rivolgersi a centri specializzati o singoli operatori che propongano percorsi ispirati a questo modello. Inoltre, è preferibile un approccio individuale, così da ricevere il supporto e le strategie più adatte al proprio caso. Diversamente, è stato dimostrato che l’efficacia dei trattamenti si riduce sensibilmente in terapie di gruppo o, comunque, caratterizzate da un ridotto livello di personalizzazione.”

Per concludere, abbiamo voluto approfondire gli aspetti relativi all’ipnoterapia, campo in cui il Dott. Perri è considerato un esperto. In particolare, gli abbiamo chiesto: 

“Dott. Perri, potrebbe parlarci dell’ipnosi come strategia per trattare la dipendenza da fumo? In cosa consiste e quali sono i meccanismi mediante cui agisce?”

La risposta:

“L’ipnosi rappresenta una delle possibili strategie da adottare nel contesto di un trattamento antifumo. Nel protocollo di intervento che propongo ormai da diversi anni, ad esempio, utilizzo l’ipnoterapia cognitiva come ausilio al percorso di disassuefazione da fumo. Ciò consiste nell’inserimento di strategie cognitivo-comportamentali nel contesto ipnotico. Quest’ultimo consente di accedere più efficacemente alle emozioni, vissuti, cognizioni profonde del paziente in maniera tale da “riprogrammare” alcuni dei comportamenti che mantengono la dipendenza. Infatti, grazie ai processi neurofisiologici che intervengono durante la condizione ipnotica, l’operatore ha la possibilità di “interagire” più facilmente con le strutture cerebrali più profonde del paziente, come le aree del sistema limbico, coinvolte principalmente nell’elaborazione dei processi cognitivi ed emotivi alla base del comportamento automatico.

Inoltre, mediante l’ipnosi, l’operatore ha la possibilità di “rompere” alcuni condizionamenti (“decondizionare”) per crearne di nuovi. È possibile, ad esempio, adottare delle particolari suggestioni chiamate “post-ipnotiche” che hanno la caratteristica di evocare un comportamento o una sensazione specifica anche a distanza di giorni dalla seduta ipnotica. In tal modo, l’operatore potrà associare delle sensazioni positive all’astinenza dal fumo e delle sensazioni spiacevoli all’assunzione di nicotina. Tra queste ultime rientra ad esempio il senso di nausea e repulsione alla sostanza. Infine, anche l’autoipnosi costituisce un valido strumento di supporto nel percorso di dissuasione dal fumo: gestendo in autonomia l’ingresso nella condizione ipnotica, infatti, l’ex-fumatore avrà la possibilità di regolare rapidamente le reazioni fisiologiche ed emotive agli eventi che innescano il desiderio di fumare, così da “spegnere” istantaneamente l’eventuale crisi di astinenza che potrebbe insorgere nei primi periodi dalla cessazione.”

Per concludere, potremmo dire che smettere di fumare è una delle più potenti armi che la donna con cancro al seno possiede per combattere la propria malattia al pieno delle forze. A seguito di quanto affermato dal Dott. Perri, siamo più consapevoli dei fattori implicati nel tabagismo, che non hanno solo una natura farmacologica, ma soprattutto comportamentale e psicologica. Questo è il motivo per cui la psicoterapia cognitivo-comportamentale è la soluzione più efficace per contrastare la propria dipendenza da tabacco. Se si volessero potenziare tali effetti, andando a lavorare anche sugli aspetti più emotivi, si potrebbe ricorrere alla ipnoterapia cognitivo-comportamentale. Ora che abbiamo queste informazioni, non ci resta che metterle in pratica. Un passo alla volta, si può arrivare lontani. 


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